Il futuro, per chi non è ottimista

“Anxiety is very good at telling you that not only are you the problem with your current situation, but that your current situation will never, ever change. And when you try to either ground yourself in it—madness—or imagine yourself out of it—double madness—you end up trapped in an Escher-sided box. Every way you walk is down.”

33. Live in the now?!

Il sottotitolo di quello che sto per scrivere avrebbe potuto tranquillamente essere: “Come può un non-ottimista pensare al futuro?”.

È stato abbastanza difficile fare il mio lavoro quest’anno: cercare di spiegare e insegnare metodi che hanno a che fare con il cambiare il proprio modo di lavorare nel corso di una pandemia è stato un po’ come cercare di spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

C’è una dimensione di presentismo in tutto quello che facciamo, ma non solo, di presentismo individualista: questo è stato reso molto più evidente dalla situazione contingente di emergenza che abbiamo vissuto e stiamo vivendo tutt’ora.

Giusto per intenderci: credo sia assolutamente normale che ci siano venuti i paraocchi e la visione a tunnel, anche solo per una risposta fisiologica di tipo fight-or-flight.

Tuttavia questo modo di operare non è sostenibile nel lungo periodo: il fight-or-flight serve per prendere decisioni nell’immediato, può essere una tattica per salvarsi nel breve periodo ma non è una strategia per il lungo termine.

In questo ultimo mese mi sono imbattuto nel lavoro di Roman Krznaric, in particolare nel suo ultimo libro, The Good Ancestor (video breve qui, lungo qui): anche lui tratta preliminarmente l’argomento delle nostre battaglie interne, che esemplifica con il pensiero-marshmallow (gratificazione istantanea vs. gratificazione rimandata, vedi celebre esperimento) e il pensiero-ghianda (a lungo termine).

Come faccio ad uscire e fare uscire le persone da un loop di pensieri a brevissimo termine? La domanda che mi sono posto è quella a cui mi serve rispondere comunque per sopravvivenza, ma una sopravvivenza di medio se non addirittura di lungo periodo.

Pensavo di essere ben attrezzato ma mi sono accordo che la mia attrezzatura non era condivisa o facilmente condivisibile con gli altri.

Per fare un esempio banale: pensavo che avere degli ottimi principi e pratiche lavorando da remoto mi salvasse dal caos e invece no, sono stato travolto dal caos pure io per il semplicissimo principio che “nessun uomo è un’isola”.

È stato difficile uscire dalla modalità sopravvivenza per fare una serie di passi indietro e capire cosa diavolo stava succedendo, e quello che stava e sta succedendo, in estrema sintesi, sono fondamentali distorsioni di due aspetti:

  1. la nostra percezione del tempo
  2. la nostra percezione dell’altro

Per indirizzo di ricerca volontaria o per serendipità sono incappato in diverse riflessioni e strumenti per riuscire a “vedere il futuro”: non sono un letterato, uno psicologo o un filosofo, quindi ho bisogno di strumentazione pratica per capire — che tendenzialmente è come mi sono accorto di funzionare, ovvero 1) prima faccio le cose, nella pratica, poi 2) ne capisco le implicazioni teoriche.

Il problema di quando si parla di noi, gli altri e il futuro è che troppo spesso si fanno voli pindarici su utopie più o meno socialiste e/o anarchiche: siccome credo che l’interesse personale e il capitalismo guideranno ancora per molto diversi aspetti socio-economici, cerchiamo di pensare ad un futuro con scenari quantomeno plausibili.

Avverto un certo senso di urgenza, oltre che di importanza, sul costruire un futuro migliore, che viene sempre descritto così — costruire un futuro migliore — e finchè verrà descritto così dubito che ci metteremo a costruire un futuro migliore.

Bentoism è un esercizio per superare l’interesse personale individuale e la visione incentrata sul presente: puoi iniziarlo a fare semplicemente per potenziare la to-do list della prossima settimana.

Questo, schema, il bento, viene definito come una mappa, anche se a ben vedere è più una bussola, anzi, a voler essere davvero precisini sono i punti cardinali di una bussola che orientano la nostra percezione del tempo e dell’altro.

Torno al potenziale sottotitolo di questo articolo: “Come può un non-ottimista pensare al futuro?”. Innanzitutto rendendosi conto che ottimismo e speranza sono due cose diverse, e che a ben vedere l’ottimismo spesso e volentieri porta alla passività, diversamente dalla speranza.

In questi mesi ci è capitato sicuramente, innumerevoli volte di pensare che le nostre azioni individuali siano inutili al fine di cambiare le cose, ma pensiamo in questo modo perché pensiamo in maniera sbagliata al concetto di “progresso”.

Il cambiamento non parte mai da zero e non è mai lineare, questo significa che, in ogni momento della storia, basta un certo numero di azioni per superare la “soglia del cambiamento”: nel corso del tempo di troveremo fare un certo numero di scelte, alcune delle quali saranno threshold choices, mentre altre non porteranno a nulla.

Avere speranza significa agire quasi come un investitore: dobbiamo avere un portfolio di cause e di cambiamenti che crediamo possibili e che orientano il nostro cambiamento, nell’ottica che poche di queste “facciano il botto” e alzino il livello medio del nostro progresso.

La differenza tra un ottimista e uno speranzoso, in buona sostanza, è che un ottimista pensa alle probabilità, mentre uno speranzoso pensa alle possibilità: il problema di pensare unicamente alle probabilità è quello di ricadere nel pensiero presentista, quindi vedremo comunque il futuro attraverso la lente del presente — e il nostro presente al momento ci rimanda a un futuro fatto di progressi statisticamente improbabili.

Questo non significa che non esistano molteplici possibilità di progresso — e sul progresso chiudo e vi invito a seguire questa lunga ma interessante disamina di come il concetto stesso di progresso è stato manipolato e distorto nel tempo.

“Progress is not inevitable, but it is happening.
It is not transparent, but it is visible.
It is not safe, but it is beneficial. It is not linear, but it is directional.
It is not controllable, but it is us. In fact, it is nothing but us.”

Ada Palmer

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